Appuntato si uccide in servizio, non si sa nemmeno chi é

 

Sbrogliandosi da una situazione spiacevole l’ultra 65enne comandante dell’Arma, venuto a conoscenza dai quotidiani del 22 dicembre di essere indagato per favoreggiamento e rivelazione di segreti d’ufficio é schizzato dalla poltrona da cui non intende assolutamente schiodarsi nonostante i raggiunti limiti di età, precipitandosi il giorno dopo in Procura per estraniarsi dalle accuse.

Mai tanta puntualità in occasione dei suicidi in elevato numero dei suoi uomini, nonostante una statistica davvero preoccupante con una tendenza inquietantemente in crescita, da bollettino di guerra. All’origine dei tragici gesti trasferimenti improvvisi, punizioni ingiuste che i superiori tendono sempre a nascondere con motivi familiari o psicologici caricando i morti e le povere famiglie indifese di colpe ulteriori.

L’ultimo di una interminabile serie era un appuntato, si chiamava Giuseppe, aveva 52 anni e, mentre era di guardia alla Banca d’Italia di Palermo, si é sparato con la sua pistola verso le 9 del giorno di Santo Stefano. Non filtrano altre notizie su questa assurda tragedia che resteranno chiuse dentro le mura di una caserma. L’appuntato non era un ragazzino alle prime armi, era noto a tutta la città e non aveva dato alcun segnale di malessere. Allora perché si è tolto la vita in servizio ? Cosa o chi ha spinto quest’uomo a togliersi la vita ? Sul posto sono intervenuti i suoi colleghi del Comando Provinciale che hanno effettuato i rilievi per stabilire l’esatta dinamica dei fatti ma le cause del gesto restano ignote. Poche righe di cordoglio dai superiori, qualche lacrima e sarà archiviato.

Il comandante generale ha riferito in Parlamento che l’Arma sta analizzando il fenomeno per individuare situazioni critiche e prevenire i casi di suicidio. Risultati finora ottenuti: nulla, nessuna misura é stata decisa per arginare il tragico fenomeno, ai vertici interessano solo le poltrone di comando e sono i meno indicati ad emettere soluzioni. Se i carabinieri si suicidano è colpa dei tanti comandanti che soffrono di manie di persecuzione e angariano il personale con forme di disciplina fuori da qualsiasi controllo di legalità. Per arginare il fenomeno sarebbe sufficiente attuare un protocollo di pochi punti: 1.diffusione obbligatoria dei dati anagrafici (nome, cognome, grado) del militare suicida sui quotidiani, come fanno gli ufficiali con gli arrestati per fare carriera; il primo modo di fare inchiesta non è occultare ma conoscere; 2.indagini affidate ad altra forza di polizia e vietate a colleghi e superiori del defunto, come già avviene per i sinistri stradali in cui sono coinvolti carabinieri per garantire terzietà; 3.cause di mobbing dei carabinieri non più demandate agli inadatti Tribunali amministrativi ma ai Tribunali ordinari, come avviene per il pubblico impiego; 4.soppressione dei Tribunali militari con l’istituzione di sezioni di giustizia militare nei capoluoghi di Corte d’Appello; 5.una visita psichiatrica ogni  10 anni per gli ufficiali, i quali, a differenza dei sudditi che vengono costantemente monitorati per ogni fesseria, usciti da bambini dalle scuole di formazione si auto-esentano l’un l’altro fino alla pensione.