Suicidio collettivo

 

Tutti i generali di corpo d’armata dell’Arma vengono pensionati a 65 anni di età nel rispetto dell’art. 928 del codice ordinamentale militare mentre il quasi 67enne comandante generale Del Sette, prorogato in età vetusta e non consentita dalla legge ha proseguito, al di fuori e al di sopra delle leggi dello Stato, sia  a percepire il lauto stipendio (quasi 20 volte quello di un carabiniere) che il tour per le caserme dispensando selfie sorridenti. Evitando accuratamente quelle dove avvenivano le tragedie: accendere i riflettori sul fenomeno era il contrario di ciò che voleva: sarebbe stata la fine di privilegi ed autarchia per tutta la sua casta.

La legge 114/14, art. 6, vietava al ministro della Difesa di affidare «incarichi dirigenziali» a pensionati, consentendo «incarichi e collaborazioni esclusivamente a titolo gratuito e per una durata non superiore a un anno, non prorogabile», addirittura ordinando di «rendicontare eventuali rimborsi spese, corrisposti nei limiti fissati dall’organo competente dell’amministrazione interessata».

ULTIMI EVENTI. Il 21 dicembre 2017 l’appuntato scelto S.G. della Stazione CC di Fiorenzuola (PC), si è tolto la vita con la pistola d’ordinanza. Non sono state rese note nemmeno le sue generalità.

Il 10 dicembre 2017 l’appuntato scelto Pietro Cavalcante, del Nucleo Scorte CC di Roma, si è tolto la vita, non si sa dove, con la pistola d’ordinanza. Non sono fuoriusciti altri particolari. Separato, lo piange una giovane figlia.

Il 25 settembre 2017, dentro il 5° Battaglione CC Emilia Romagna di Bologna, un carabiniere di 50anni si è ucciso con la pistola d’ordinanza. Il corpo è stato trovato dai colleghi e il gesto è stato ricondotto a ragioni familiari, recentemente gli era stato notificato un atto d’indagine per maltrattamenti alla moglie e il suicidio è stato archiviato senza nemmeno rendere note le sue generalità.

Il 5 settembre 2017, il luogotenente Mario Vitale Cao, 58enne, del Nucleo Elicotteristi CC di Volpiano si è ucciso con la pistola d’ordinanza in casa sua. Gesto repentinamente ricondotto da un giornale online ad una sua depressione e la pratica è stata archiviata. Lo piangono la moglie e due figli.

Il 1 luglio 2017, dentro la Stazione CC di Pizzo Calabro (VV), il comandante, maresciallo ordinario Paolo Fiorello, 36enne, si è ucciso con la pistola d’ordinanza. Fatto inaspettato, guidava il reparto dal 2013 e aveva appena ricevuto un encomio dal comandante della Legione CC Calabria perché «dopo breve colluttazione traeva in arresto un rapinatore». I colleghi l’hanno scoperto e hanno allertato i sanitari ma è stramazzato poco dopo. La Procura di Vibo Valentia ha aperto un’inchiesta che finirà nel nulla.

Il 21 giugno 2017, dentro la Stazione CC di Ponso (PD), l’appuntato scelto Andrea Romito, 48enne, si è ucciso con la pistola d’ordinanza morendo sul colpo. Udito lo sparo i colleghi sono accorsi trovandolo esanime a terra. Sino al 2001 lavorava alla Procura di Padova, poi il trasferimento alla Stazione di Padova principale fino al 2007, quindi l’ultimo trasferimento a Ponso. Il gesto è stato ricondotto ad una sua depressione e la pratica è stata archiviata.

L’8 giugno 2017, dentro la Stazione CC di Soresina (CR), il comandante, maresciallo capo Luigi Illustre, 50enne, si è ucciso con la pistola d’ordinanza. Non aveva problemi di salute, era conosciutissimo e bene inserito nella vita cittadina, il fatto ha suscitato clamore e sgomento ma blande indagini. Lascia la moglie e una figlia.

Il 29 maggio 2017 il maresciallo Giampiero Re del N.O.E. CC di Sassari si è ucciso con la pistola d’ordinanza in casa sua. Nessun giornale ha ripreso la notizia se non nei necrologi.

Solo un quarto dei suicidi di carabinieri affiorano alla luce delle cronache. Già calcolando quelli il tasso è quattro volte più alto rispetto alla media italiana. La categoria degli ufficiali è estranea al fenomeno: ci si suicida da maresciallo in giù e nei reparti a più alta tensione disciplinare: le Stazioni sono tombe. A quali e quanti procedimenti penali e disciplinari erano sottoposti alcuni di loro? Non ce lo diranno mai; le ragioni che li hanno portati a compiere i gesti estremi rimangono sempre ignote o fatte ricadere sui morti. Le inchieste della magistratura non portano mai a nulla, si basano sulle informative dei superiori dei cadaveri che, per fare carriera, chiedono archiviazioni lampo. Infatti, nonostante gli infiniti lutti e i copiosi illegittimi procedimenti penali militari e disciplinari inflitti quotidianamente alla truppa, non esiste una sola condanna di un dirigente dell’Arma per il reato di istigazione al suicidio né una sola pronuncia giurisprudenziale favorevole per mobbing o straining. Ma i suicidi avvengono quasi sempre per colpa delle protervie impunite dei comandanti. Il primo responsabile morale doveva essere pensionato il 4 maggio 2016 al compimento del 65° anno di età e dovrebbe restituire all’erario i 21 stipendi percepiti sino al 16 gennaio 2018, più interessi legali e rivalutazione monetaria, sottraendo la differenza tra stipendio e pensione. Lo stipendio infatti è più alto della pensione, che si calcola sugli ultimi 10 anni di stipendio. Quello di Comandante Generale è molto più alto degli altri. Se prolungo contro legge l’incarico ottengo una pensione esageratamente più dorata, cagionando un considerevole danno all’erario. Nella reggenza Del Sette abbiamo avuto il periodo dal 5.5.16 al 14.1.17 fuori da ogni regola democratica e dal 14.1.17 al 15.1.18 in cui è stato prorogato contro le leggi in vigore (art. 928 D.L. 66/10, art. 6 L. 114/14). Nemmeno i Governi Andreotti facevano ciò ma anziché sanzionare e sanare i danni all’erario, mentre da un lato per i sudditi si indaga per la distrazione di un centesimo, dall’altro si puniscono wisteblower e voci critiche non prezzolate utilizzando altri soldi e strutture dello Stato, mantenendo immutati gli sprechi e proteggendo lo sprezzo delle leggi dei potenti.