Arresti per vendetta e inchieste inquinate

Biancheri

Oristano – Pianificavano arresti illegali, magari sistemando panetti di hascisc nella macchina di qualche malcapitato sul quale indagavano per conto terzi, e per gli stessi “terzi” attuavano vendette.

E per ottenere tabulati telefonici che non si potevano ricavare dai sistemi informativi dei carabinieri, infilavano nelle pieghe di inchieste realmente in corso utenze sulle quali svolgevano accertamenti paralleli e per personali fini di lucro.

In questo modo, cercavano di ottenere dalla magistratura l’autorizzazione per avere informazioni alle quali senza il benestare della Procura non avrebbero mai avuto accesso.  Anche questo facevano, i marescialli Mario Arnò e Giuseppe Canu, il primo comandante del nucleo investigativo e radiomobile della compagnia dei carabinieri di Mogoro, e il secondo in servizio nello stesso Norm. Finiti in carcere sabato mattina nell’operazione costata le manette anche al comandante della compagnia, capitano René Biancheri, ad un investigatore privato, Gian Marco Fadda di Ghilarza, e la denuncia di altri due carabinieri, il brigadiere Francesco Cancedda e l’appuntato Massimiliano Mazzotta (anche loro in servizio al Norm), oltre che di altri tre detective privati: Cristian Vacca di Baressa, Carlo Lombardo di San Gavino e Giuseppe Porcu, di Oristano.

Accuse da brivido: truffa, corruzione, peculato, falso.  Nelle 78 pagine che costituiscono l’ordinanza di carcerazione firmata dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Oristano, Annie Cecile Pinello, è devastante l’immagine dell’operato di uomini in divisa, nelle cui conversazioni captate nel corso dei quattro mesi di inchiesta, scrive il gip, «emerge il tono sfottente, arrogante, privo di scrupoli dei dialoghi i quali appaiono provenire da soggetti della malavita, piuttosto che da carabinieri».

Conversazioni registrate nelle macchine di servizio che tutti, il capitano Biancheri compreso, sembrerebbero aver utilizzato per pedinare persone, realizzare servizi non per l’Arma ma per gli investigatori privati che li gratificavano. Con 75, 100 o 250 euro, a seconda della qualità delle informazioni.

Per avere informazioni da rivendere a Gianmarco Fadda, nel mese di dicembre Canu e Arnò vanno direttamente al procuratore della Repubblica di Oristano, Andrea Padalino Morichini, e gli sottopongono la richiesta di acquisire il traffico telefonico di una certa utenza, ascrivendola alle indagini sul latitante Aldo Secci di Ruinas. Il procuratore prende tempo e li rinvia a dopo le vacanze di Natale. I due capiscono che non è aria, e siccome Fadda preme, cambiano tattica e si rivolgono al sostituto procuratore Armando Mammone. Sostenendo, per questo round, che quell’utenza – sempre la stessa – è funzionale a un’altra indagine, riguardante un fatto accaduto a Senis (che è competenza della compagnia di Mogoro). Infilano quel numero tra altri numeri, stanno attenti che la richiesta venga materialmente formualata dalla stazione di Mogoro e aspettano.

I tabulati, qualche giorno dopo, arrivano: ci sono tutti, tranne l’utenza che i due marescialli sollecitavano. La Procura, sulla base dell’indagini che già si dipanava, li aveva, per così dire, elegantemente fregati: provassero, a protestare.  E che dire del capitano Biancheri? Uno che si vantava apertamente di aver picchiato un arrestato che, tanto, ubriaco com’era, anche lamentandosi non avrebbe mai ricevuto credito; lo stesso ufficiale, che disinvoltamente aveva sparato a una persona – senza colpirla – prima di arrestarla, aveva tranquillamente sostenuto che ciò non fosse vero quando l’interessato se ne era lamentato durante l’interrogatorio di convalida: «Tanto a chi vuoi che credano, a me o a lui?», aveva baldanzosamente sostenuto con i suoi sottoposti.

«L’Arma è un soggetto da mungere, la magistratura un insieme di soggetti con scarse capacità intellettive da raggirare per i propri scopi personali, i privati cittadini gonzi su cui sparare, per usare un termine caro al capitano Biancheri», scrive il gip; e in questo mix ci sono perquisizioni, anche arresti, tutto e solo per avere soldi.  La vita di un’intera caserma condizionata dalle condotte del suo comandante e dei sottufficiali che pensavano, in virtù della divisa che indossavano, di fare il bello e il cattivo tempo. Ma ce n’erano altri, che con indosso la stessa divisa soffrivano questi «loschi traffici». Spesso il capitano Biancheri ricorreva ai centralinisti per compiere accessi alle banche dati della compagnia – e lo faceva anche quando si trovava in ferie -; qualcuno dei suoi sottoposti era arrivato a inventare scuse per non dare quelle informazioni: «Capitano, la password è scaduta». Che pena. Articoli correlati: False inchieste, soldi e mafia
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